Diventeremo tutti cretini digitali – Come cambia la mente ai tempi del web

Faccio copia e incolla di questo articolo del Metro (originale qui) in cui, tramite un intervista, viene resa brillantemente l’idea della situazione su cui verte in questo periodo il web e soprattutto coloro che lo frequentano. Per quanto mi riguarda concordo con l’intervistato su tutti i punti trattati, ed è per questo che voglio condividerla con voi. 

Computer-insurance-Should-you-buy-itLo scrittore americano Gary Shteyngart in “Storia di amore supertriste” descrive un futuro prossimo in cui i libri sono vintage, tutti vivono connessi e bombardati dagli stimoli emotivi e commerciali dei loro smartphone e gadget tecnologici, la privacy è dissolta e l’identità scomposta nelle relazioni virtuali. Un incubo per qualcuno, una realtà per i cosiddetti nativi digitali, che sta cambiando  il nostro modo di vivere e di pensare e forse non in meglio. Lo temono in molti: Shaheed Nick Mohammed, professore di comunicazione negli Usa ha da poco pubblicato “L’era della (dis)informazione: la persistenza dell’ignoranza per molti”: “Con un uso sempre maggiore di computer e smartphone, le persone affrontano un sovraccarico di informazioni, con conseguente aumento di disinformazione collettiva”. Lo dice da tempo il linguista Raffaele Simone che nel 2000 con il libro “La terza fase. Forme di sapere che stiamo perdendo” lanciò l’allarme e si attirò critiche di passatista. Oggi smussa i toni ma non rinuncia all’analisi spietata nel suo “Presi dalla Rete” (Garzanti).
Professore,  stiamo diventando stupidi ?
Qualche studioso lo pensa, ma a me preme sottolineare che la rete è una straordinaria acquisizione ma va governata.
Cos’è che con l’avvento della Mediasfera, come la chiama lei, non sappiamo più fare?
Alcune attività importanti per secoli sono mutate, per esempio leggere e scrivere. Ci siamo abituati a testi brevi, la concentrazione è dissolta e questo cambia anche la memoria. Rivelatore è il modo in cui gli studenti fanno le tesi di laurea: avviano il motore di ricerca, scandagliano la rete con il copia  incolla, senza verificare le fonti. Ormai esistono dei software, non in italiano, che permettono ai professori di scannerizzare i testi e individuare le parti scopiazzate.
Ma non stiamo guadagnando nulla?
Stiamo guadagnando in velocità delle operazioni e ampiezza dei riferimenti a cui possiamo accedere. Anch’io me ne compiaccio perché posso leggere articoli di tutto il mondo, avere libri gratis in tutte le lingue, fare un corso di cinese on line, conoscere uno che sta in Nuova Zelanda. Tutto ciò però è bilanciato dal fatto che in questa vastità rischiamo di perderci. Si perde il concetto di autorevolezza  e di garanzia delle fonti. Un esempio è wikipedia: uno strumento straordinario ma dove ognuno, in forma anonima può postare quello che vuole, nessuna informazione è garantita da nessuno.   Nel sistema classico garantivano l’autore e l’editore.
Non crede alla rete che si autocorregge perché a controllare non è uno ma tanti?
La base  fatta da persone differenziate non è in grado di esercitare un controllo sulle informazioni  ma solo di metterle in movimento.
Lei dice: l’autore non c’è più, è  un male?
Penso di sì. Le voci in rete non sono firmate, nascono le opere collettive che si modificano con l’apporto di più interventi. Guardi alla possibilità che molti siti danno: commenti dove si può dire quello che si vuole, alla fine spesso sono discariche di pensieri. Sparisce l’idea della responsabilità.
La rete però ha avuto un ruolo importante in fenomeni democratici.
L’idea è che tramite la rete tutti siano liberi di dire tutto e che questo accresca la nostra libertà ma non ne sono così sicuro. I movimenti democratici hanno bisogno di responsabili riconoscibili, di programmi, di strutture. In questo caso si elimina l’idea di capo, almeno visibile, anche se poi magari è occulto. Gli indignatos sono movimenti di agitazione e non di proposta articolata e di programma. Tutta questa libertà senza strutture serve poco. La pura agitazione è un’llusione senza direzione.
La scuola come può affrontare questi cambiamenti?
Oscilla tra due poli: o si chiude e tiene fuori il mondo della Rete come se non esistesse. Oppure fa il contrario e introduce l’iPad come la soluzione di tutti i problemi, una dottrina che ha preso piede anche al ministero. Io credo che la cultura digitale debba entrare nella scuola  ma in modo critico.

(Paola Rizzi)

E voi come la pensate? Concordate su questa visione del mondo di internet?

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Pubblicato il 20 aprile 2012, in Internet con tag , , , , , , , , , , , , , , , , . Aggiungi il permalink ai segnalibri. Lascia un commento.

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