Come giochiamo a calcio – Brasile

Mi sono imbattuto, cazzeggiando su internet come mio solito, in un articolo del New York Times dove viene chiesto a sei rappresentanti di altrettanti paesi di descrivere, prima del Mondiale in Brasile, come giocano le loro Nazionali.
Ne sono usciti sei pezzi nel quale il gioco delle squadre viene spiegato attraverso la storia, la politica, la musica e tutto ciò che compone quel paese. A dimostrazione della veridicità dell’assioma di Josè Mourinho: “Chi sa solo di calcio, non sa niente di calcio“.
Per portare a conoscenza di chi non mastica bene l’inglese questi testi, ho deciso di riproporli tradotti in italiano per farli leggere a più gente possibile.
Seguendo lo stesso ordine presentato dall’articolo, cominciamo dal Brasile.

 

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Pelé in campo nella Coppa del Mondo 1966 in Inghilterra. (Art Rickerby/Time & Life Pictures/Getty Images)

 

Il Bel Gioco vive qui

di José Miguel Wisnik
tradotto da: Stefano Acquafredda

 

In Brasile, il calcio all’inizio era giocato tra i club d’èlite a porte chiuse. I neri erano esclusi. Al di fuori dei confini dei campionati formali, tuttavia, lo sport fu subito accolto come un gioco da giocare in campi abbandonati, prati e spazi urbani. I palloni erano improvvisati, i campi erano improvvisati, e il gioco era terreno fertile per lo spirito di improvvisazione.

Nessun’altra attività importata dall’Europa ha messo radici così largamente e così in fretta. Questo ha portato a uno stile di gioco fantasioso che ha reso la competizione e la giocata gratificante inseparabili, con i neri e le persone di razza mista che sorgono dagli esclusi e diventano i principali protagonisti.

Questo stile di gioco ha conquistato i campionati e i club ufficiali negli anni ’30 e ha guadagnato riconoscimento internazionale per la prima volta durante la Coppa del Mondo del 1938. Al tempo, il sociologo Gilberto Freyre credeva che il calcio confermasse la sua tesi, analizzata in due classici tomi sulla cultura brasiliana, “I Padroni e gli Schiavi” e “I Palazzi e le Baracche“.

Lo stile di calcio brasiliano trasformò il gioco “britannico e apollineo” in una “danza dionisiaca”; il calcio dritto e spigoloso europeo divenne sinuoso e curvo quando prese i movimenti corporei dei ballerini di samba e i ballerini e combattenti della capoeira, arte marziale brasiliana. Freyre vide in questo l’affermazione di una cultura tropicale e meticcia che avrebbe permesso di invertire i segni di un’eredità di schiavitù.

Che queste idee fossero consapevoli o meno, lo stile prevalse durante i trionfi nella Coppa del Mondo nel 1958, 1962 e 1970, quando il calcio brasiliano divenne celebre. Ha riunito l’efficienza competitiva con l’inventiva e bellissimi movimenti. Pelé e Garrincha si distinsero durante la fase d’oro della più alta forma moderna del calcio.

Per il regista italiano Pier Paolo Pasolini, lo stile brasiliano era “calcio poetico” basato sui dribbling e su un’apertura non lineare di spazi imprevisti, opposto al “calcio in prosa” linearmente responsabile prevalente in Europa.

Lo storico Eric Hobsbawm notò che, a quel punto, la cultura di massa globale stava diventando nord americana o provinciale, con l’eccezione della nazionale brasiliana. Ed è giusto aggiungere che la stessa cosa si potrebbe dire della bossa nova, Tom Jobim e João Gilberto (così come dei Beatles, ovviamente).

Diciamo che almeno nelle sue fondamenta, il calcio brasiliano non ha obbedito pragmatismo anglosassone, né ad alcuna forma di cartesianesimo. Invece, ha approfittato di un margine di improduttività relativamente gratuita consentito nel calcio, il meno numerica di tutti i giochi con la palla, per aprire la strada per una cultura di periferia – una cultura che è ellittica e festosa e in cui “carnaval” è un verbo.

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Questo fenomeno, questo ampio riconoscimento, è anche sempre stato visto come un fattore di alienazione politica, perpetuando arretratezza, e l’incapacità di affrontare i problemi reali di una società diseguale. Il calcio è visto in modo ambivalente in Brasile, sia come modello di possibili realizzazioni, dal momento che la nazione ha avuto successo con il proprio stile di gioco vincente, e come emblema di tutto ciò che il paese non riesce a realizzare in materia di istruzione, sanità, distribuzione della ricchezza e trasparenza politica.

Potremmo dire che il calcio raggiunge nel campo di gioco una democrazia razziale che la società brasiliana non raggiunge. Mette in mostra la proliferazione dei talenti, così come l’incapacità, l’irresponsabilità e la ristrettezza degli interessi privati ​​che li gestiscono.

Negli ultimi decenni il mondo di calcio è diventato più atletico, più su richiesta, più pianificato, collettivo e commerciale. Il vecchio “calcio poetico” ha perso molto del suo margine di manovra, anche se non ha cessato di esistere, né, cosa più importante, ha cessato di essere un oggetto del desiderio in Brasile.

 

José Miguel Wisnik è un musicista, compositore e saggista brasiliano che scrive spesso di calcio. E’ l’autore di “Poison Remedy“, un libro sul calcio nella società brasiliana.

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Pubblicato il 22 luglio 2014, in Calcio, Cultura, Sport con tag , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , . Aggiungi il permalink ai segnalibri. 5 commenti.

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