Archivi Blog

Vynil Sellout – Agosto 2016

Siamo verso il finale di questa ennesima stagione calda ed il Vynil Sellout è pronto a suggerirvi le migliori tracce per passare alla grande questi ultimi giorni di estate.

Musica da ascoltare e musica da conoscere. Tre tracce da ascoltare in loop e qualche informazione in più per capire cosa si cela dietro di esse.

Curiosi di scoprire la tripletta di questo mese? Andiamo a scoprirla!

Vynil Sellout Boom Major Lazer MOTi Ty Dolla $ign Wizkid Kranium Into You Ariana Grande Hometown Girl ZHU

 

1- Boom – Major Lazer & MOTi ft. Ty Dolla $ign, Wizkid & Kranium
A distanza di un anno ci troviamo nuovamente a tirare in ballo il nome di Major Lazer, il progetto che coinvolge i dj e produttori Diplo, Jillionaire e Walshy Fire. Il successo planetario è arrivato lo scorso anno con “Lean On“, ma è tutto l’album a contenere pezzi adatti per scatenarsi sia in radio sia sul dancefloor.
Questa “Boom“, estratta dall’album “Peace Is the Mission: Extended“, vede la co produzione insieme al dj olandese MOTi e le collaborazioni di Ty Dolla $ign, Wizkid e Kranium, rapper e cantanti provenienti rispettivamente da Stati Uniti, Nigeria e Jamaica. Un brano che raccoglie favori da ogni angolo del mondo e che ha le carte in regola per essere la nuova hit radiofonica di Major Lazer.

2- Into You – Ariana Grande
Ariana Grande è una cantante che mi piace davvero molto. Ha una voce estremamente pulita e nelle canzoni passa con disinvoltura da parti melodiche a parti ben più virtuose, non perdendo mai un colpo. Classe 1993 e di evidenti origini italiane, Ariana Grande ha avuto successo prima come attrice nelle sit-com per ragazzi “Victorious” e “Sam & Cat“, entrambe a firma Nickelodeon; nel 2011 decide di dedicarsi completamente alla musica e solo due anni dopo è già in vetta alla Billboard Hot 200 con il disco “Yours Truly“.
La canzone che propongo fa parte del terzo album, “Dangerous Woman“, dove mostra una maturità completa sotto ogni punto di vista, musicale e non. Ma dato che adoro contraddirmi, “Into You” l’ho scoperta con un video di Jimmy Fallon, dove il presentatore del “The Tonight Show” della NBC canta insieme ad Ariana Grande la canzone in una serie di video girati con Snapchat.
Qui sotto, invece, il video ufficiale: molto più serio.

3- Hometown Girl – ZHU
Per chiudere questa tripletta passiamo ad un brano più rilassato. E’ una produzione di ZHU, produttore e dj americano da poco più di due anni sulle scene. Il successo internazionale per lui è arrivato nel 2014 con “Faded“, a cui ha fatto seguito la rivelazione della sua identità: il classe ’89 Steven Zhu ha deciso per i primi periodi della sua carriera di farsi giudicare solo per la sua musica.
Lui che è abituato alle sonorità più decise della deep house, ha deciso di produrre “Hometown Girl“, una canzone da lento moderno. Anche se nel finale riserva una sferzata verso i territori a ZHU più conosciuti…

Annunci

Vynil Sellout – Aprile 2016

Il  Vynil Sellout è sempre qui per proporvi la musica giusta.

Tre tracce e ciò che celano: gli artisti, le loro carriere, fatti legati ai brani e ciò che portano e ispirano.

Curiosi di scoprire la tripletta di questo mese? Andiamo a scoprirla!

Vynil Sellout Imany Sia Justin Bieber

 

1- Don’t Be So Shy – Imany (Filatov & Karas Remix)
Da atleta di salto in alto a modella e da modella a cantante. Quanti stravolgimenti nella vita di Imany, nome d’arte della 37enne Nadia Mladjao che da qualche anno ha deciso di dedicare la sua vita artistica alla musica.
La canzone originale ha un’atmosfera molto intima, dove la sua voce viene accompagnata soltanto dal pianoforte ed effetti: un brano perfetto per momenti rilassanti. Per farle raggiungere il successo ci voleva l’intervento di Filatov & Karas, una coppia di dj russi che ha reso il pezzo della cantante francese un disco dance pop che sta conquistando le radio.

2- Move Your Body – Sia
Al contrario dell’esempio precedente, la vita di Sia Furler è stata completamente dedicata alla musica. Il pubblico ha imparato a conoscerla nel 2011 con “Titanium” di David Guetta, per poi consacrlarla grazie a “Chandelier” due anni fa. In realtà la 41enne (GIA’!) australiana ha fatto di tutto nella sua carriera musicale: acid jazz, r’n’b e tanto pop, soprattutto per gli altri.
Sia infatti è conosciuta anche per aver scritto moltissime delle canzoni rese celebri da altre cantanti pop di altissimo livello come Rihanna, Beyonce e Adele. Soprattutto il suo ultimo album “This Is Acting” si vocifera sia composto tutto da canzoni scartate dalle altre star. Per esempio, provate a sentire “Move Your Body” e ad immaginarla con la voce di Shakira…

3- Company – Justin Bieber
Sì. Purtroppo sì. Odio tanto Justin Bieber tanto quanto odio ammettere che il suo ultimo album “Purpose” è una bomba. E’ raro al giorno d’oggi vedere un album pop così completo, che svaria dal dance alle ballate ai motivetti che rimangono in testa.
Passate le fasi di bambino prodigio e di adolescente ribelle, possiamo dire che il 22enne del Canada stia entrando nella fase di cantante affermato. Questo suo ultimo lavoro è encomiabile: produzioni cucite su misura sulla sua voce, una collana di 18 perle che vale la pena di scorrere per intero. Ora vado a farmi fustigare per aver appena scritto questo.

Vynil Sellout – Novembre 2015

Di nuovo qui, per il Vynil Sellout di novembre.

La formula rimane invariata: 3 brani, 3 storie, 3 raccolte di dettagli e notizie che riguardano queste canzoni.

Curiosi di scoprire la tripletta di questo mese? Andiamo a scoprirla!

Vynil Sellout Childish Gambino Maître Gims Arctic Monkeys

 

1- L.E.S. – Childish Gambino
Abbiamo già accennato a Chidlish Gambino nel VS di Marzo 2015, dove presentavo uno dei suoi ultimi lavori. In questo caso andiamo invece a recuperare uno dei suoi primi che io ho scoperto solo di recente.
Era il 2011 quando Donald Glover pubblicava il suo primo album registrato in studio e chiamato “Camp“. Il disco ottiene un discreto successo e l’ultimo singolo che viene estratto è “L.E.S.“, acronimo di Lower East Side, uno dei quartieri di Manhattan a New York. Il video ufficiale è stato diretto e filmato dal fotografo Ibra Aka, che ha montato varie riprese fatte durante diverse serate tra locali e giri in taxi all’interno del quartiere citato.
Video nel quale Childish Gambino non compare mai.

2- Est-ce que tu m’aimes? – Maître Gims
E’ quantomeno curioso ed affascinante come, in periodi di criticità, c’è sempre qualcosa al suo interno che stride e contrasta, diventandone però quasi un simbolo di rivalsa.
Probabilmente non ha preso tutto questo carico il brano qui presentato, ma la coincidenza del successo del brano di Maître Gims, rapper e cantante francese convertito all’Islam, con gli attentati avvenuti a Parigi il 13 novembre.
Una canzone che, con il suo successo al di fuori dei confini della Francia, diventa però legata a ciò che è avvenuto. E questo credo sia un bene, perchè è una canzone carica di emozione ma anche piuttosto leggera, adatta quindi a dare un piccolo sollievo per chi è in pena per ciò che è successo poco più di due settimane fa.

3- Do I Wanna Know? – Arctic Monkeys
Tirandomi su gli occhiali con lo scotch da hipster, posso tranquillamente dire che ascoltavo gli Arctic Monkeys prima che fossero mainstream.
Affermazione fallace in due punti: innanzitutto non ho mai avuto occhiali da hipster, poi gli Arctic Monkeys non sono mai stati veramente mainstream. Come gruppo musicale sono tra i primissimi nella lista dell’indie rock, ma non hanno mai veramente sfondato e conquistato l’intero pubblico musicale.
E’ vero però che già li ascoltavo dai primi brani, che come questo non sono mai banali: melodie azzardate, batteria impazzita ed un ritmo che ti cattura dalla prima nota.
Con questo brano, prima traccia dell’album “AM” del 2013, sto ricominciando ad avvicinarmi a loro e lo devo a X Factor. La versione di questa canzone cantata dai Moseek mi è rimasta in testa per 24 ore di fila e mi ha costretto a riabbracciare gli Arctic Monkeys!

Vynil Sellout – Marzo 2015

Terzo appuntamento con il Vynil Sellout per questo 2015.

La formula rimane immutata: tre brani scelti da me medesimo da presentare, spulciare e sottolineare per rendere più interessante l’ascolto a chi le approccia per la prima volta o per approfondire a chi già le conosce.

Curiosi di scoprire la tripletta di questo mese? Andiamo a scoprirla!

Vinili, scritte con linee di troppo... Tutto molto hipster!

Vinili, svendite, scritte con linee di troppo… Tutto molto hipster!

1- Mai una gioia – Shade
Fresco di firma con una major, il rapper si monta la testa e comincia a fare canzonette per vendere ai ragazzini.
Molti si sarebbero immaginati una trama di questo genere, ma per fortuna il buon Vito Ventura è ben lontano da fare questa fine. Uscito vincente dall’edizione 2013 di MTV Spit, ha prima affinato il suo rap con qualche pezzo per poi fare l’ottima scelta di unirsi a doppio filo coi Two Fingerz.
Personalmente adoro Danti e Roofio, ma l’approvazione alla scelta va oltre a questo: i loro stili, sia per testi sia per produzioni, sono molto affini e sotto quest’ala protettiva Shade ha occasione di crescere ancora di più. Il potenziale per diventare il numero uno c’è, questa collaborazione e la firma per la Warner Music potrebbero fare il resto. Intanto godiamoci il primo estratto da “Mirabilansia“, il primo album del rapper torinese (qui in free download).

2- L’amore esiste – Francesca Michielin
Onestamente è una cantante che non mi ha mai trasmesso molto. Bella voce, molto giovane, ma niente più. Forse è dipeso dal fatto che ha vinto X-Factor nel 2011, e al tempo era un talent “alla buona”:  i talenti che uscivano non erano realmente supportati per approdare nel grande pubblico. O almeno questa era la mia sensazione dato che di frutti non se ne sono visti molti, soprattutto tra i vincitori.
Detto questo, questo brano mi convince. E’ molto disincantato, con parole semplici ma che lasciano un segno. Qualcuno ha gridato allo scandalo ritenendola troppo simile a “Guerriero” di Marco Mengoni, ma anche se qualcosa hanno da spartire insieme restano due belle canzoni ben distinte.

3- Sober – Childish Gambino
Gli appassionati di serie televisive avranno capito di chi si cela dietro questo bizzarro nome d’arte: Donald Glover, attore noto ai più per il ruolo di Troy Barnes nella sitcom Community, da qualche anno ha messo da parte la carriera davanti alla macchina da presa per dedicarsi a quella in studio di registrazione.
E come rapper e cantante r’n’b se la cava egregiamente! Il fatto di aver intrapreso questo tipo di strada fa sì che le sue canzoni siano frutto del suo genio e di quello di persone a lui affini, dando vita a un prodotto innanzitutto originale e, dal mio punto di vista, molto godibile. La canzone che vi propongo è estratta da “Kauai“, il suo secondo EP le quali vendite Glover ha devoluto per mantenere e preservare l’omonima isola delle Hawaii.

Come giochiamo a calcio – Spagna

Dopo un breve e intenso cammino, eccoci alla conclusione di questo ciclo di articoli. O meglio, traduzione di un articolo, trovato sul New York Times, che prima dei Mondiali di Brasile 2014 ha cercato di individuare cosa si nasconde dietro lo stile di gioco di alcune delle nazionali più importanti, analizzandone la storia e la cultura.
Partendo dal Brasile, abbiamo percorso Inghilterra, Italia, Germania e Olanda. Il capolinea è la Spagna.

 

Il portiere del Real Madrid Iker Casillas, in tuffo per un tiro di Xavi del Barcellona durante una partita del campionato spagnolo del 2010. Entrambi giocano per la Spagna nella Coppa del Mondo di quest'anno. (Javier Soriano/AFP/Getty Images)

Il portiere del Real Madrid Iker Casillas, in tuffo per un tiro di Xavi del Barcellona durante una partita del campionato spagnolo del 2010. Entrambi giocano per la Spagna nella Coppa del Mondo di quest’anno. (Javier Soriano/AFP/Getty Images)

 

Finalmente, una squadra nazionale

di Luis Garicano
tradotto da Stefano Acquafredda

Finchè recentemente non ha cominciato a collezionare titoli, la nazionale spagnola era i Chicago Cubs del calcio mondiale: amabili temerari con grande talento, grandi aspettative e nessun trofeo.

La giudizio comune era che ai giocatori spagnoli non importava abbastanza perché la loro lealtà era più per le loro regioni di origine che per il loro paese. La Spagna non poteva vincere, si diceva, perché non c’era alcuna traccia della Spagna nei cuori dei giocatori spagnoli.

Infatti, le identità regionali e le tensioni spesso scendono in campo, con le partite che servono come occasione per riaffermare quelle identità. Nel 2012 la finale di Copa del Rey tra Athletic Bilbao (che schiera solo giocatori nati o cresciuti nella regione basca) e Barcellona (che è strettamente legata alla Catalogna), i tifosi di entrambe le squadre irridettero e fischiarono i due simboli principali della Spagna: il re e l’inno nazionale. Eppure, un mese dopo, ogni club ha fornito giocatori alla nazionale spagnola, che partì per difendere il suo titolo europeo.

La recente corsa al successo della Spagna, alimentata da una straordinaria generazione di giocatori, si colloca in mezzo a una crisi economica sconcertante che ha solo aumentato fervore indipendentista. Il successo è servito come sfida al regionalismo calcistico, ma ha anche un debito per una vicenda umana straordinaria che ha conservato le tensioni regionali dividendo la squadra: l’amicizia tra i leader dei due club più famosi del paese, il portiere del Real Madrid Iker Casillas e il centrocampista del Barcellona Xavi Hernández.

spagna-olanda-2010

I due avevano primeggiato insieme fin dall’infanzia nelle nazionali giovanili e maggiori spagnole, e la loro amicizia ha prevalso nei peggiori momenti della rivalità tra Real Madrid e Barcellona, tra cui il Clásico del 2011 nel quale gli allenatori delle due squadre sono quasi venuti alle mani. Dopo quella partita, Casillas ha telefonato a Xavi per trovare un modo per i giocatori di disinnescare la faida fumante che rischiava di fratturare della squadra spagnola.

Purtroppo, Casillas ha pagato un prezzo pesante; il suo allenatore lo ha tolto dalla formazione titolare per la sua “infedeltà”. Ma un anno dopo, i giocatori della Spagna – i catalani, i baschi e tutti gli altri – si sono riuniti per vincere il loro secondo Campionato Europeo consecutivo.

Un altro elemento chiave nel mantenimento dell’unità di squadra è stato allenatore della Spagna, Vicente del Bosque. Un silenziosamente brillante e modesto uomo baffuto dal volto un pò austero, è conosciuto per la sua compostezza e cortesia a bordo campo e per la sua pacata gestione di una collezione di talento scintillante e potenti ego.

Lo stile di gioco che ha ereditato e incoraggiato permette ai minuti giocatori spagnoli di dominare i loro avversari grandi e forti con uno stile fluido che unisce una pressione implacabile ad una rete di passaggi precisi e ad alto ritmo. La Spagna gioca come se non avesse delle stelle; è il trionfo del collettivo. Ma il successo di giocatori che trascendono le loro identità regionali competitive fornisce anche un modello per gli spagnoli per affrontare queste divisioni nella loro vita quotidiana.

La pace mediata da Xavi e Casillas, insieme al gioco disinteressato gestito dalla mano ferma di del Bosque, suggerisce modi al paese di navigare il regionalismo e le difficoltà economiche che stanno tassando l’identità spagnola e minacciando il suo futuro.

Può questo spirito sopravvivere alle partenze di alcuni dei migliori giocatori della squadra dopo la Coppa del Mondo – tra cui, forse, due amici provenienti da regioni reciprocamente diffidenti della Spagna? Può questo atteggiamento sopravvivere a una sconfitta nella Coppa del Mondo? Lo vedremo in Brasile, soprattutto dopo il disastroso debutto della Spagna nel torneo, una sconfitta per 5-1 con l’Olanda in cui Casillas e gli eroi di una generazione d’oro hanno mostrato poco dello spirito di squadra che ha guidato la Spagna negli ultimi anni.

 

Luis Garicano è professore di economia e strategia presso la London School of Economics e autore di “El Dilema de España“.

 

 

Articoli precedenti:
#1 – Brasile
#2 – Inghilterra
#3 – Italia
#4 – Germania
#5 – Olanda

L’articolo originale potete trovarlo qui.

10, 100, 1000 nomi. Un solo Zanetti

La prima volta che l’ho visto in campo era la mia prima partita allo stadio: San Siro, 27 ottobre 1996, l’Inter sconfisse in casa 3-1 un Parma temerario. Per i gialloblu segna El Valdanito, quell’Hernan Crespo che segna il suo primo goal in Serie A e 6 anni più tardi vestirà il nerazzurro. Per la Beneamata doppietta di Zamorano e lui. Javier Adelmar Zanetti.
In quell’incontro si è conquistato il primo soprannome col quale ho iniziato a identificarlo. Zanna Bianca correva, si dannava e si buttava su qualsiasi pallone gli passava davanti, vecchio concetto calcistico di herreriana memoria.
Era da più di un anno che si trovava a Milano. L’adolescenza passata ad Avellaneda sui campi di calcio di Independiente e Talleres, interrotti da un anno di problemi fisici a dare una mano a quel padre muratore che fa di tutto per dare speranza alla carriera calcistica del figlio e a tutta la famiglia. Il sacrificio evidentemente scorre nelle vene dei Zanetti. La grande occasione arriva nel 1993, quando viene chiamato dal Banfield. E’ con i biancoverdi che mette in mostra il suo potenziale: corsa infinita, dribbling serrato e ubriacante e fame, tanta fame.
Sbarca due anni più tardi in Italia dall’Argentina insieme a Sebastian Rambert, grande promessa offensiva acquistata dal Independiente. Lui, un gregario buono a correre e recuperare palloni, insieme alla futura stella della Serie A. Sappiamo tutti come andò a finire.

 

Zanetti Inter nuovo acquisto

 

La penultima volta che l’ho visto ero fuori dalla Pinetina: una foto e un’autografo con lui erano il regalo per un mio amico, suo idolo da quando ha memoria del calcio. Siamo ragazzi degli anni 2000, cresciuti a pane e Winning Eleven, e i videogiochi mi hanno suggerito per lui il soprannome successivo.
Il mio amico prendeva solo l’Inter e in qualsiasi condizione si trovava, lui era in campo. Passavano pochi minuti e prendeva palla dalla sua trequarti. Salta un uomo, ne salta un altro, resiste a una scivolata, scarta un altro uomo, tiro dal limite dell’area e rete! Passavano altri tre minuti, stessa serpentina e doppietta. Non lo buttavi giù, non lo potevi fermare. Zanna Bianca è diventato Iron Man.
Fino al 28 aprile 2013 Javier Zanetti era come Tony Stark dentro la sua armatura: fisico roccioso, sprint incredibili e carisma da vendere. Le sue cosce sembrano due fusti di birra. Stan Lee e compagni, quando hanno creato l’uomo d’acciaio per la Marvel, non potevano immaginare che qualcuno in carne ed ossa potesse superare quell’ideale: acciaio nel fisico, acciaio nella mente.
Il primo trofeo è arrivato nel 1998 a Parigi, Coppa Uefa conquistata con un 3-0 sulla Lazio. Tabellino marcatori: Ronaldo, ancora Zamorano, e ancora Zanetti, con un’esultanza ad occhi spalancati dalla gioia. Dopo questa felice parentesi, il nulla per 7 anni. Qui Iron Man si tempra, con anni di sacrifici, corse, dribbling. Tanti cambi di ruolo, tantissimi cambi di allenatore, mai una panchina. A chiunque venisse ad allenare l’Inter appariva chiaro come il sole che lui fosse la molla della squadra, l’uomo che ti è sempre affianco. Stai festeggiando un goal? Lui è lì a festeggiare. Hai appena sbagliato? Lui è lì a tranquillizarti e a dirti come rimediare. Hai appena ricevuto un fallo contro? Lui è lì a sostenerti con l’arbitro e a prendere la situazione in mano. L’armatura aumenta di resistenza, di stagione in stagione, finchè non è anche il suo turno di alzare trofei. Dal 2004 al 2011 sono 15 quelli mostrati al cielo: 5 Scudetti, 4 Coppe Italia, 4 Supercoppe Italiane, 1 Champions League e 1 Mondiale per Club. La stagione migliore la 2009-2010, senza ombra di dubbio: quel Triplete a firma Mourinho che ha permesso a Zanetti di alzare ben tre trofei in meno di un mese, con la coppa dalle grandi orecchie nel cielo di Madrid, ancora con gli stessi occhi spalancati di 12 anni prima.
Dopo questa striscia vincente incredibile Zanetti, così come tutta l’Inter, perde un pò di colpi. La corsa e il dribbling ci sono sempre, però fa sempre più fatica a rimanere in campo per 90 minuti ad alto livello. Nonostante questo, ormai sembra assicurato per lui un meritato buen retiro.
Ma arrivò, quel maledetto 28 aprile.

 

Inter Champions League Zanetti

 

L’ultima volta che l’ho visto in campo è stato ieri sera. San Siro è una bolgia fatta eccezione per la Curva Nord, assente per squalifica. Ad essere onesti, la differenza non si percepisce. Dall’inizio dell’incontro è un continuo inneggiare a Zanetti fino al suo ingresso in campo al 52′, quando prende il posto di Jonathan ed entra direttamente con la fascia da capitano. Come se ci fosse nato con quel pezzo di stoffa intorno al braccio. Ogni tocco di palla è un applauso scrosciante, la fatica nel recuperare la posizione si vede, ma appena riceve la palla sulla fascia lo spunto, lo sprint, il dribbling sono esattamente quelli di 19 anni fa, quando debuttava con la maglia nerazzurra. Finisce la partita, Lazio battuta 4-1 e scoppia la festa. Maglia numero 4 gigante in mezzo al campo, passerella di staff e compagni di squadra e accoglienza da pelle d’oca al centro del campo insieme alla famiglia. Microfono in mano e parole d’amore per la maglia e per tutti coloro che l’hanno accompagnato in quella che è a conti fatti la prima parte della sua carriera all’Inter. Poi giro di campo a raccogliere gli applausi del pubblico e la gioia dei compagni.
E’ passato poco più di un anno dalla rottura del tendine d’Achille sinistro, 6 mesi dal rientro in campo. Con Mazzarri ha trovato poco spazio in campo, spesso è partito dalla panchina, ma è riuscito comunque a rimettere piede in campo. Con un infortunio come il suo, a 40 anni, chiunque avrebbe appeso gli scarpini al chiodo: Zanetti, da vero Capitano, ha voluto esserci per un’ultima stagione con i suoi uomini e condurli per mano a questo nuovo inizio per l’Inter.
Lascia Moratti, entra Thohir, lui resta sempre al centro della storia nerazzurra: l’annuncio del ritiro è arrivato, così come l’intenzione di farlo rimanere in società. Il nuovo presidente è stato giusto e chiaro: “Il capitano sarà parte del club, studierà inglese, come un manager: deve imparare“. Sappiamo già che non ci sarà alcun problema per Zanetti. Così come ha affrontato la sua carriera da calciatore, affronterà anche quella da dirigente: tanta grinta, tanto impegno, tanta fame.
Ormai sono lontani i tempi in cui dava i primi calci nella periferia di Buenos Aires. Pupi è cresciuto. El Tractor non sarà più sul campo a macinare chilometri. E’ tempo di rimettere gli scarpini coi tacchetti nell’armadio e lustrare i mocassini.
Sono certo che, trovandoci a Milano, ci metterà poco a passare da Capitano a Capo.

 

Zanetti Inter festeggiamenti

 

Alla fine questi nomi hanno poca importanza. Pupi, El Tractor, Zanna Bianca, Iron Man, il Capitano. Chiamatelo come volete.
Lui sarà sempre con il numero 4.
Javier.
Adelmar.
ZANETTI.

 

Javier Zanetti Inter Lazio 2014

A casa con Jeff

Jeff who lives at home A casa con Jeff Locandina film

Jeff e Pat sono due fratelli diversi tra loro. Jeff, a 30 anni, vive ancora in casa con la madre Sharon, indossa i calzoni corti, passa le giornate a fumare erba e aspetta che il destino gli mandi indicazioni sul suo futuro. Pat, di poco più grande, ha un lavoro ed è sposato con Linda, anche se la ignora. Quando Jeff riceve una chiamata da qualcuno che sbaglia il numero alla ricerca di un certo Kevin, capisce che è il destino che cerca di mandargli un segnale. Lui lo segue e sarà la giornata più importante della sua vita, quella di suo fratello e sua madre.

Prendo spudoratamente spunto dal mio “collega”* sommobuta nella composizione di questo post, perchè credo sia l’unico possibile per poter entrare nell’ordine di idee giusto e analizzare al meglio questa pellicola.
Si tratta di A casa con Jeff (titolo originale: Jeff, who lives at home), film del 2011 per la regia di Jay e Mark Duplass.

Chiariamo subito qual è il mio pensiero in merito.
Il film va visto.
Da tutti.

Jeff (Jason Segel) insegue il destino, anche in un supermercato

Jeff insegue il destino, anche in un supermercato

Per quanto la storia possa apparire banale e scontata, la bellezza di questo film sta nel raccontare nelle pieghe degli avvenimenti i personaggi di questa storia: Jeff (Jason Segel), il fratello Pat (Ed Helms) e la madre Sharon (Susan Sarandon).
Il viaggio che il protagonista affronta, guidato completamente dal caso, è lo stesso che i suoi famigliari fanno dentro loro stessi. Riscoprono in loro sentimenti che credevano persi, ritrovandosi a rimettersi in gioco così come Jeff fa nella vita di tutti i giorni. Inoltre il tutto è saggiamente mescolato insieme a situazioni esilaranti, che rendono il prodotto assolutamente gustoso sia per gli amanti delle commedie sia per chi adora i film drammatici.

La regia ha un ruolo importante, che riesce ad assolvere a pieno. Con una storia del genere, lo spettatore deve stare sempre al passo con gli avvenimenti, sia nella realtà sia dentro i personaggi. La scelta di fare riprese “mobili” (perdonatemi, non sono pratico del gergo cinematografico), stile amatoriale, con zoomate sui volti nei momenti più intensi rende il prodotto quasi vivo. Dà la sensazione di essere davanti ai protagonisti e vivere con loro le disavventure rappresentate, e tutto questo stimola chi vede il film a seguire i loro ragionamenti e a svilupparli internamente, permettendo di trovare una propria risposta sul destino. O almeno a cercarla.

I due fratelli prima di sfondare una porta, in tutti i sensi

I due fratelli Jeff e Pat prima di sfondare una porta, sia fisica sia metaforica

La recitazione è ottima. Jason Segel (noto ai più per interpretare Marshall in How I met your mother), con la sua stazza rappresenta bene l’ideale del bambinone che non vuole crescere e preferisce rimanere incatenato a casa piuttosto che superare i suoi ostacoli. Ed Helms (Stu di Una notte da leoni) è il perfetto fratello maggiore: incarna il lato maturo della prole e per questo ha forte risentimento nei confronti del fratello minore, del quale invidia la felice spensieratezza (che scopriremo non essere poi così tanto felice). Susan Sarandon (Premio Oscar per Dead Man Walking) inscena una tipica donna emotivamente sola. Vedova, figli cresciuti e un gran vuoto che cerca di tenersi a tutti i costi.

Come detto all’inizio, il film è raccomandato a tutti quanti.
In modo particolare a chi ama i film che vogliono lasciare qualcosa dentro lo spettatore.
Oltre a intrattenere e divertire per una godibilissima ora e mezza.

———————–

P.S.: per collega si intende che io sono un blogger di rango infinitamente minore rispetto al Sommo Porco! E anche questo piesse serve per copiarlo. XD
Seguite Il Viagra della Mente!

Pellicola di una notte di mezzo autunno

E se una storia, così come la conosciamo, non fosse com’è giunta a noi? Questa è la domanda che può stare alla base di “Anonymous“, ultimo film di Roland Emmerich (“Indipendence Day”, “2012”) uscito nelle scale e che segue un pensiero nato nel XX secolo: Shakespeare non è mai esistito.

O meglio: lui esisteva, ma faceva l’attore e non sapeva nemmeno scrivere. Chi scriveva le opere era Edward de Vere, conte di Oxford (Rhys Ifans), che cerca di far inscenare le proprie opere, cosa che non può fare a suo nome a causa del suo rango nobiliare. Al tempo, l’arte letteraria era considerata per il popolo, e non per i nobili cortigiani. Il conte di Oxford chiede così a Ben Jonson (Sebastian Armesto) di pubblicarle col suo nome, ma il giovane scrittore non vuole prendersi la fama altrui, così gira le opere a uno degli attori del teatro, William Shakespeare (Rafe Spall). Mentre la fama di Shakespeare cresce, la sua storia si intreccia con il conflitto politico che vive la corte londinese, per la successione della regina Elisabetta I (Joely Richardson/Vanessa Redgrave) sulla quale William e Robert Cecil (David Thewlis, Edward Hogg) vogliono avere unica voce in capitolo.

La storia è raccontata molto bene, si ha l’impressione che i fatti così raccontati siano il vero percorso che la storia ha avuto. Insomma, quasi come se fosse un racconto di Shakespeare. A parte alcune scelte, il film è appassionante e gradevole da vedere.
Nonostante la seconda fila, spendere dei soldi per un film del genere ne è valsa la pena.

Uno per tutti, tutti per uno!

E’ da parecchio tempo che non andavo al cinema per vedere un film. I due ostacoli maggiori sono i prezzi (nei multisala ti spennano ormai anche per un film normale) e la poca offerta interessante di pellicole da vedere. Ieri sera questi due elementi non si sono presentati, così ho colto l’occasione al volo per andare a vedere il nuovo remake de “I tre moschettieri“.

Ciò che mi ha spinto ad andare al cinema è stato soprattutto vedere come vengono trattati i tre protagonisti principali e D’Artagnan, le differenze tra la pellicola e il riferimento più nitido nella mia mente: il cartone animato di una decina di anni fa. Come al solito pecco nel non recupero dell’opera originale, ma da ieri può considerarsi nella lista dei “libri che prima o poi devo comprare“.
Athos (Mattew MacFadyen), Portos (Ray Stevenson) e Aramis (Luke Evans) risultano tre personaggi molto interessanti e da approfondire, al contrario di  D’Artagnan (Logan Lerman) che dice già tutto nella prima parte di film. Quasi tutti gli altri protagonisti stanno nella storia a dovere, dando una chiara idea di come funzionano le cose all’interno della trama. Menzione d’onore al duca di Buckingham (Orlando Bloom), Milady de Winter (Milla Jovovich), e al divertente Planchet (James Corden, già visto in Doctor Who come Craig Owens). Storia che nel complesso, se si considera che più che un remake è una reinterpretazione in chiave moderna, merita voti alti, a cui si sommano quelli degli effetti speciali, delle scene di combattimento, dell’ambientazione e dei costumi. Bello anche il finale, che dà il là a future interpretazioni.

Insomma: ci ho visto giusto. “I tre moschettieri” è un film che, se piacciono gli action movie non sanguinari, ci sta tutto.