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Come giochiamo a calcio – Italia

Continua la traduzione dell’articolo pubblicato sul New York Times a proposito delle nazionali andate in scena ai Mondiali di Brasile 2014 e le origini del loro gioco.
Abbiamo visto il Brasile, abbiamo visto l’Inghilterra, ora è il nostro turno: scopriamo da dove nasce il gioco dell’Italia.

 

Fabio Cannavaro lotta con il francese Zinedine Zidane nella finale di Coppa del Mondo del 2006 in Germania. (Associated Press/Michael Probst)

Fabio Cannavaro lotta con il francese Zinedine Zidane nella finale di Coppa del Mondo del 2006 in Germania. (Associated Press/Michael Probst)

 

Mai noiosa, sempre Bella

di Beppe Severgnini
tradotto da Stefano Acquafredda

 

Alcune persone fanno festa troppo presto. Ero in Brasile nella primavera del 2006, e il Brasile era in festa. La Coppa del Mondo in Germania stava per cominciare, e brasiliani, giustamente convinti di avere la squadra migliore, stavano già celebrando il loro trionfo. Ad un evento pubblico ho detto: “Calmatevi, per favore. Questa volta vincerà l’Italia“. Il pubblico ridacchiò, dicendo: “Andiamo. Il calcio italiano è nel bel mezzo del suo più grande scandalo di sempre. Due scudetti sono stati revocati. I giocatori sono sotto shock, ed i club sono in disgrazia!“. Ecco perché, dissi.

Va bene, sono stato fortunato. Ma c’era del metodo nella mia previsione. Quando gli azzurri sono in bilico e sentono di avere qualcosa da dimostrare, fanno centro. Quando è troppo facile, sono inutili. Le peggiori performance dell’Italia in Coppa del Mondo sono state precedute da grandi aspettative: in Germania nel 1974, dopo aver raggiunto la finale in Messico; in Messico nel 1986, dopo aver vinto in Spagna; in Corea del Sud e Giappone nel 2002, dopo aver fatto bene in Europa; e in Sud Africa 2010, dopo essere arrivati ​​come campioni. Le migliori prestazioni italiane sono arrivate sulla scia della sconfitta, del disastro e dello scandalo.

Ecco perché le cose stanno andando bene per Brasile 2014. Il calcio italiano se la sta cavando male in Europa, ed i club sembrano essere alla mercé di teppismo e debiti complessi. Il pacato allenatore Cesare Prandelli ha dovuto ingoiare il suo orgoglio quando ha chiamato il difensore della Juventus Giorgio Chiellini, che è stato espulso per un brutto fallo contro la Roma. I puristi di calcio sono furiosi, Prandelli è infastidito, e le autorità sportive italiane sono imbarazzate. Fin qui tutto bene.

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Nel calcio come nella vita, noi italiani tendiamo a fare meglio quando siamo spalle al muro. Per la maggior parte delle persone, quella non è una posizione particolarmente comoda. Ma a noi sembra andare bene così. In economia, politica e vita quotidiana, l’Italia ha bisogno di essere sofferente, e forse un po’ spaventata, per uscirne fuori. Negli ultimi tre anni e mezzo, abbiamo prodotto quattro primi ministri – l’ultimo uno senza esperienza di 39 anni – e le frustrazioni di un’angoscia economica. Dai un’occhiata ai notiziari britannici e americani in questo periodo, e li troverai pieni di titoli come “Euro Crisi” e “Italia sull’orlo del burrone!”.

Ma a noi piacciono gli orli. La vista è fantastica.

Ero in Colorado per il l’Aspen Ideas Festival nel giugno 2012. La crisi dell’euro era al suo apice, i capi di governo dell’Unione Europea si stavano radunando per un vertice d’emergenza a Bruxelles, e quella notte, l’Italia stava giocando contro la Germania nell’Europeo. Ero a un panel che era più o meno una discussione come un funerale per l’euro. Quando fu il mio turno di parlare, ho detto: “La Germania troverà un modo per risolvere la crisi dell’euro, e l’Italia troverà un modo per risolvere i tedeschi nel bellissimo gioco. Abbiamo entrambi troppo in gioco“. Ancora una volta, avevo ragione.

Io non sono un profeta. Solo conosco bene il mio paese. Essere italiani è un lavoro a tempo pieno, perché non dimentichiamo mai chi siamo – nella vita o sul campo – e ci piace confondere i nostri avversari. Lo stile di calcio italiano è elegante, seducente e imprevedibile. Germania, Inghilterra e Olanda possono avere un approccio più corri-a-perdifiato e macho, ma l’Italia è una “signora” che attrae e colpisce quando ti avvicini troppo. Il catenaccio – la catena e lucchetto – è una metafora sessuale, ovviamente difensiva, mentre un contropiede – l’improvviso contro attacco – è inevitabile quando la signora decide che ne ha avuto abbastanza dei vostri approcci maldestri.

Gli italiani adorano le apparenze, e qualche volta mettiamo l’estetica prima dell’etica, che può essere un problema. “La bella figura” – fare una buona impressione – è un concetto fondamentale per comprendere se si vuole avere controllo sull’Italia. “La Grande Bellezza” ha appena vinto l’Oscar per il miglior film straniero, e la bellezza è ciò che ci piace di mostrare in campo. Come un sacco di altre squadre, lo ammetto. Ma per la Germania, la bellezza è organizzazione. Per l’Inghilterra, è dedizione e ritmo di lavoro. Per il Brasile, la bellezza è una danza. Ma per noi e per l’Argentina – un’Italia al quadrato, se si guardano i loro nomi e volti! – la bellezza è velocità mozzafiato.

Gli Stati Uniti ci proveranno seriamente e faranno presumibilmente bene, come sempre. L’Italia potrebbe essere un finalista o lasciare il Brasile in disgrazia. Siate certi gli azzurri vi sorprenderanno o deluderanno tutti. Loro discuteranno – con la stampa, coi tifosi e l’un l’altro – fino alla partita inaugurale contro l’Inghilterra il 14 giugno a Manaus. Prevedibile è noioso; imprevisto è incredibile. La signora non vorrebbe farlo in nessun altro modo.

 

Beppe Severgnini è un colonnista del Corriere della Sera e autore di “La Bella Figura: A Field Guide to the Italian Mind“.

 

 

Articoli precedenti:
#1 – Brasile
#2 – Inghilterra

Top 5 – Loghi NBA

Oggi inizia la stagione NBA! Molti appassionati attenderanno con trepidazione questo nuovo corso della National Basketball Association, soprattutto perchè quest’anno si partirà dall’inizio. Infatti l’anno scorso il campionato è iniziato solo a dicembre inoltrato per le vicende contrattuali dei giocatori con la lega (leggi il post inerente a questo link).
Partono favoriti i Miami Heat, vincitori degli ultimi Playoff, e a mio avviso non avranno rivali nelle Eastern Conference, forse solo i Chicago Bulls potranno fare qualcosa, a patto che Derrick Rose sia rientrato dall’infortunio come prima, se non meglio.
Nella Western Conference, invece, sono almeno tre le squadre che si potranno dare battaglia: gli Oklahoma City Thunder, finalisti nella scorsa stagione, i Los Angeles Lakers, stra-rinforzati con gli arrivi di Steve Nash e Dwight Howard, e i loro cugini Los Angeles Clippers, alla seconda stagione con un roster di alto livello.
Ma, come da titolo, questa è una Top 5 sui loghi delle squadre NBA. Per cui bando alle ciance e via con la mia personalissima classifica dei migliori loghi del basket americano.

5°: Denver Nuggets (2005)
Squadra che ha vissuto anni gloriosi nel passato, e adesso sta tornando a buoni livelli, grazie anche a uno dei tre italiani presenti nella lega: Danilo Gallinari. La capitale del Colorado ha una squadra dal nome che evoca a dovere la zona che rappresenta: richiama infatti i minatori in cerca delle pepite che lavorano nella zona montuosa. E così anche il logo, con le piccozze incrociate e la vetta innevata e pure la combinazione di colori è molto evocativa.

4°: Chicago Bulls (1966)
Uno dei loghi più vecchi, più classici e più belli di tutta la National Basketball Association. Colpisce molto per la sua semplicità, senza la ricerca di profili impegnativi o figure intere che potrebbero stonare. Oltretutto è da apprezzare il limitato uso dei colori: sono solo tre, ma be definiti e soprattutto fanno effetto ancora oggi. Se poi contiamo che è un logo legato indissolubilmente a grandi campioni come Michael Jordan, Scottie Pippen e oggi Derrick Rose.

3°: New Orleans Hornets (2008)
Squadra dai trascorsi travagliati. Prima si trovava a Charlotte, poi dal 2002 il trasloco a New Orleans, e in mezzo (dal 2005 al 2007) il trasferimento a Oklahoma City a causa della devastazione causata dall’uragano Katrina. Questo logo è stato adottato dal ritorno in Louisiana e celebra la città che ospita la franchigia: il calabrone simbolo della squadra è rappresentato in modo tale da ricordare un giglio, simbolo di New Orleans. La combinazione tra azzurro e viola è decisamente inusuale, ma conferisce al logo l’aria allegra e spensierata proprie della città madre del Mardi Gras.

2°: Minnesota Timberwolves (1989)
Uno dei loghi più belli che si siano mai visti. Tutto colpisce: la grafica, i colori e le forme. Purtroppo i Timberwolves hanno deciso di cambiare logo e di non adottare più questo, ma rimane comunque il migliore che la squadra di Minneapolis abbia mai adottato (ma anche gli altri loghi possono dire la loro). Personalmente, per quanto riguarda la grafica trovo sia il migliore in assoluto, ma c’è una nota negativa: il grigio del pallone da basket alle spalle del lupo non si sposa bene con il blu e il verde. Per me fosse stato bianco sarebbe stato ancora più d’effetto, e magari al primo posto di questa Top 5.

1°: Atlanta Hawks (1972)
Estremamente semplice, estremamente d’effetto. Questo logo, ormai in disuso, riassume in modo facile tutto quello che richiede un logo: colore principale e simbolo della squadra. Oltretutto questo stemma rappresenta un’era del basket, quando Atlanta riusciva a dire la sua e anche a vincere qualche titolo e solo da pochi anni era approdata in Georgia (dopo essere stata a Buffalo, Moline, Milwaukee e St. Louis). Oggi il logo è più complesso, ma questo rimane di certo quello che rimane nella mente di tutti gli appassionati.