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Come giochiamo a calcio – Olanda

Continua il viaggio tra la storia e la cultura che hanno portato a caratterizzare lo stile di gioco di una nazionale. Superate Brasile, Inghilterra, Italia e Germania, la prossima nazionale presa in esame dall’articolo del New York Times in occasione dei Mondiali di Brasile 2014 è l’Olanda.

 

Johan Cruyff subisce fallo da un giocatore della Germania Ovest durante la finale di Coppa del Mondo del 1974. La Germania Ovest vinse la partita 2-1. (Allsport UK/Allsport)

Johan Cruyff subisce fallo da un giocatore della Germania Ovest durante la finale di Coppa del Mondo del 1974. La Germania Ovest vinse la partita 2-1. (Allsport UK/Allsport)

 

Ancora definiti dal genio eccentrico di Cruyff

di Arthur van den Boogaard
tradotto da Stefano Acquafredda

Il calcio è una forma d’arte. La scuola olandese è un termine collettivo per l’artista olandese“. Queste parole, che si trovano sul sito ufficiale dell’associazione allenatori olandesi, mostra il significato di calcio olandese in tutto il mondo. Foto di allenatori come Guus Hiddink, Frank de Boer e Ronald Koeman addocchiano i visitatori del sito, che senza il minimo accenno di ironia proclama: “I nostri allenatori sono dei Rembrandt moderni“.

Una dichiarazione impressionante. Ma cosa significa essere un Rembrandt moderno? E perché non un van Gogh contemporaneo? Un Piet Mondrian? Un Pieter Jansz Saenredam? O semplicemente un Johan Cruyff moderno?

Gli olandesi tendono a dividere la loro storia calcistica in due periodi – prima e dopo Cruyff. Il periodo P.C. (Prima di Cruyff) era chiaro, ordinario, giocavamo un calcio pragmatico. Con la nascita del grande Cruyff arrivò il Calcio Totale: un gioco emozionante, concentrata sull’attacco, con tutti i giocatori capaci di cambiare posizione e un occhio acuto per gli spazi aperti in campo. E’ stato Rinus Michels, l’allenatore dell’Ajax e della nazionale olandese alla Coppa del Mondo del 1974, l’architetto ispiratore del concetto di Calcio Totale. Ma fu Cruyff che portò il concetto ad un altro livello. Il gioco della squadra olandese consisteva in un caos ben organizzato. Cruyff, al suo epicentro, organizzava il gioco mentre controllava dall’alto che tutto andasse bene. Per dirla biblicamente, in campo lui era Dio e Gesù fusi in un unico giocatore.

Cruyff ha dato al gioco un aura di avanguardia in un momento in cui la società olandese stava subendo cambiamenti significativi. Cruyff, un giovane sfacciato di un quartiere operaio, giocò per l’Ajax Amsterdam nella città del movimento antiautoritario Provo. Andò contro la costituzione e non smise mai di cercare di cambiare le cose a suo favore. Anche se era in gran parte motivato dal denaro, era comunque una persona rivoluzionaria, un John Lennon olandese.

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Il suo mantra era di rendere il campo di gioco grande quando avevi la palla e renderlo piccolo quando l’avversario ce l’aveva. L’autore britannico David Winner, nel suo libro “Brilliant Orange“, comparò Cruyff a Saenredam, pittore olandese del 17 ° secolo, famoso per la manipolazione dello spazio sulla tela.

Cruyff convinse la nazione che giocare un bel calcio è una cosa tipicamente olandese.

Abbiamo creato una consuetudine in questo modo. Ci sono alcuni prodotti olandesi che sono stati, diciamo, costituiti altrove. I tulipani originariamente provenivano dalla Turchia. Le ceramiche di delft erano un’alternativa economica alla porcellana cinese. La tradizionale bicicletta nera, un’estensione del corpo di ogni olandese, è stata inventata in Inghilterra come bicicletta da donna e divenne olandese solo perché non riuscimmo a tenere il passo con i nuovi design. Gli olandesi sono bravi a rendere qualcosa proprio e poi raccontare al resto del mondo che il loro è l’unico modo.

 

Arthur van den Boogaard ha recentemente terminato il suo libro “Zo Speelden Wij” (“This Is How We Played“), in cui ricostruisce 14 partite storiche della nazionale olandese per dimostrare che il modo in cui sono state giocate rispecchiano l’anima olandese.

 

 

Articoli precedenti:
#1 – Brasile
#2 – Inghilterra
#3 – Italia
#4 – Germania

Come giochiamo a calcio – Germania

Passata la metà degli articoli, iniziamo la parte in discesa di questa serie di articoli presi e tradotti dal New York Times. Il loro intento è di descrivere il gioco di sei nazionali che hanno partecipato ai Mondiali di Brasile 2014 attraverso la cultura, la politica e la storia di quei paesi.
Per il quarto articolo, è il turno dei freschi vincitori della Coppa del Mondo: la Germania.

 

Franz Beckenbauer segna in una partita contro la Svizzera nel 1966. La Germania Ovest vinse 5-0. (AP Photo)

Franz Beckenbauer segna in una partita contro la Svizzera nel 1966. La Germania Ovest vinse 5-0. (AP Photo)

 

Per la Germania, basta che funzioni

di Andrei S. Markovits
tradotto da Stefano Acquafredda

Questa è la concezione diffusa: i tedeschi hanno uno stile di gioco a regola d’arte, clinico ed efficace, così come uno spirito combattivo (chiamato Kampfgeist) e un orientamento di squadra. Tutto questo trionfa sempre sullo stile di gioco individuale. Quello che si vede in campo è analogo alla prodezza economica del Modell Deutschland, il sistema che ha fatto del paese il primo esportatore al mondo.

Ma se c’è una cosa che il mio impegno a vita con la Germania mi ha mostrato, è che il paese non ha caratteristiche nazionali significative. La nozione di un personaggio ben fatto è solo uno stereotipo; non è una spiegazione giusta per la cultura nazionale o uno stile di gioco di una squadra.

Per comprendere meglio la nazionale della Germania, guardate alla sua struttura e alle sue origini. Il team è stato chiamato a regola d’arte da quando ha giocato contro il Wunderteam austriaco negli anni ’30, e, più tardi, contro la famosa squadra nazionale ungherese conosciuta come i Magnifici Magiari. I sottovalutati tedeschi non avevano stelle – molto a regola d’arte da parte loro – ma riuscì comunque a sconfiggere la squadra ungherese nel Miracolo di Berna del 1954, la prima Coppa del Mondo vinta dalla Germania.

Si potrebbe appuntare a quella partita la fondazione della moderna Repubblica Federale Tedesca, l’entità solida ma decisamente poco sexy che ha prodotto il miracolo economico tedesco e trasformato un nano politico in un gigante economico stabile. La vittoria della squadra 1954 entrò a far parte dell’immagine del paese di affidabilità solida che è stata così ben accolta a livello nazionale ed internazionale dopo gli orrori incandescenti del nazionalsocialismo.

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Lo stile di gioco della squadra aveva molto a che fare con il suo direttore, il famoso Sepp Herberger, che ha allenato la squadra dal 1936 al 1964 ed era conosciuto come Chef. Chef era un personaggio come Yogi Berra che non aveva pazienza per le stelle.

Ma nel 1966, la squadra tedesca aveva una stella emergente: Franz Beckenbauer, presto chiamato Kaiser. A lui si unì un gruppo di altri eccezionali giocatori come Wolfgang Overath, Gerd Müller e Günter Netzer che guidarono la nazionale al Campionato Europeo del 1972 e la Coppa del Mondo due anni dopo. Il calcio tedesco era tutto estro e brio, con po ‘di affidabile laboriosità del passato.

Dopo il Kaiser, la nazionale tedesca ha avuto giocatori come Jurgen Klinsmann che erano fantastici, ma non avevano l’estro del Kaiser. Ancora una volta, la squadra è stata descritta come clinica, efficace e, sì, a regola d’arte.

Quarant’anni dopo, quando Klinsmann ha allenato la squadra tedesca, la sua squadra ha giocato un gioco dei più offensivi che si siano mai visti. Lo stesso si potrebbe dire di quattro anni più tardi in Sud Africa, ma molti hanno attribuito il brio di quella squadra a giocatori come Mesut Ozil e Sami Khedira – in altre parole, a giocatori che alcuni dicono essere tedeschi di passaporto ma non di cultura.

Ozil ha detto spesso che le sue abilità combinano l’estro turco e la perseveranza tedesca, rendendo così evidente che anche i giocatori vedono il calcio globale attraverso una lente culturale.

 

Andrei S. Markovits è il Professore Collegiato Karl W. Deutsch di Politica comparata e studi tedeschi presso l’Università del Michigan. E’ l’autore di “Gaming the World: How Sports Are Reshaping Global Politics and Culture“.

 

 

Articoli precedenti:
#1 – Brasile
#2 – Inghilterra
#3 – Italia

Come giochiamo a calcio – Italia

Continua la traduzione dell’articolo pubblicato sul New York Times a proposito delle nazionali andate in scena ai Mondiali di Brasile 2014 e le origini del loro gioco.
Abbiamo visto il Brasile, abbiamo visto l’Inghilterra, ora è il nostro turno: scopriamo da dove nasce il gioco dell’Italia.

 

Fabio Cannavaro lotta con il francese Zinedine Zidane nella finale di Coppa del Mondo del 2006 in Germania. (Associated Press/Michael Probst)

Fabio Cannavaro lotta con il francese Zinedine Zidane nella finale di Coppa del Mondo del 2006 in Germania. (Associated Press/Michael Probst)

 

Mai noiosa, sempre Bella

di Beppe Severgnini
tradotto da Stefano Acquafredda

 

Alcune persone fanno festa troppo presto. Ero in Brasile nella primavera del 2006, e il Brasile era in festa. La Coppa del Mondo in Germania stava per cominciare, e brasiliani, giustamente convinti di avere la squadra migliore, stavano già celebrando il loro trionfo. Ad un evento pubblico ho detto: “Calmatevi, per favore. Questa volta vincerà l’Italia“. Il pubblico ridacchiò, dicendo: “Andiamo. Il calcio italiano è nel bel mezzo del suo più grande scandalo di sempre. Due scudetti sono stati revocati. I giocatori sono sotto shock, ed i club sono in disgrazia!“. Ecco perché, dissi.

Va bene, sono stato fortunato. Ma c’era del metodo nella mia previsione. Quando gli azzurri sono in bilico e sentono di avere qualcosa da dimostrare, fanno centro. Quando è troppo facile, sono inutili. Le peggiori performance dell’Italia in Coppa del Mondo sono state precedute da grandi aspettative: in Germania nel 1974, dopo aver raggiunto la finale in Messico; in Messico nel 1986, dopo aver vinto in Spagna; in Corea del Sud e Giappone nel 2002, dopo aver fatto bene in Europa; e in Sud Africa 2010, dopo essere arrivati ​​come campioni. Le migliori prestazioni italiane sono arrivate sulla scia della sconfitta, del disastro e dello scandalo.

Ecco perché le cose stanno andando bene per Brasile 2014. Il calcio italiano se la sta cavando male in Europa, ed i club sembrano essere alla mercé di teppismo e debiti complessi. Il pacato allenatore Cesare Prandelli ha dovuto ingoiare il suo orgoglio quando ha chiamato il difensore della Juventus Giorgio Chiellini, che è stato espulso per un brutto fallo contro la Roma. I puristi di calcio sono furiosi, Prandelli è infastidito, e le autorità sportive italiane sono imbarazzate. Fin qui tutto bene.

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Nel calcio come nella vita, noi italiani tendiamo a fare meglio quando siamo spalle al muro. Per la maggior parte delle persone, quella non è una posizione particolarmente comoda. Ma a noi sembra andare bene così. In economia, politica e vita quotidiana, l’Italia ha bisogno di essere sofferente, e forse un po’ spaventata, per uscirne fuori. Negli ultimi tre anni e mezzo, abbiamo prodotto quattro primi ministri – l’ultimo uno senza esperienza di 39 anni – e le frustrazioni di un’angoscia economica. Dai un’occhiata ai notiziari britannici e americani in questo periodo, e li troverai pieni di titoli come “Euro Crisi” e “Italia sull’orlo del burrone!”.

Ma a noi piacciono gli orli. La vista è fantastica.

Ero in Colorado per il l’Aspen Ideas Festival nel giugno 2012. La crisi dell’euro era al suo apice, i capi di governo dell’Unione Europea si stavano radunando per un vertice d’emergenza a Bruxelles, e quella notte, l’Italia stava giocando contro la Germania nell’Europeo. Ero a un panel che era più o meno una discussione come un funerale per l’euro. Quando fu il mio turno di parlare, ho detto: “La Germania troverà un modo per risolvere la crisi dell’euro, e l’Italia troverà un modo per risolvere i tedeschi nel bellissimo gioco. Abbiamo entrambi troppo in gioco“. Ancora una volta, avevo ragione.

Io non sono un profeta. Solo conosco bene il mio paese. Essere italiani è un lavoro a tempo pieno, perché non dimentichiamo mai chi siamo – nella vita o sul campo – e ci piace confondere i nostri avversari. Lo stile di calcio italiano è elegante, seducente e imprevedibile. Germania, Inghilterra e Olanda possono avere un approccio più corri-a-perdifiato e macho, ma l’Italia è una “signora” che attrae e colpisce quando ti avvicini troppo. Il catenaccio – la catena e lucchetto – è una metafora sessuale, ovviamente difensiva, mentre un contropiede – l’improvviso contro attacco – è inevitabile quando la signora decide che ne ha avuto abbastanza dei vostri approcci maldestri.

Gli italiani adorano le apparenze, e qualche volta mettiamo l’estetica prima dell’etica, che può essere un problema. “La bella figura” – fare una buona impressione – è un concetto fondamentale per comprendere se si vuole avere controllo sull’Italia. “La Grande Bellezza” ha appena vinto l’Oscar per il miglior film straniero, e la bellezza è ciò che ci piace di mostrare in campo. Come un sacco di altre squadre, lo ammetto. Ma per la Germania, la bellezza è organizzazione. Per l’Inghilterra, è dedizione e ritmo di lavoro. Per il Brasile, la bellezza è una danza. Ma per noi e per l’Argentina – un’Italia al quadrato, se si guardano i loro nomi e volti! – la bellezza è velocità mozzafiato.

Gli Stati Uniti ci proveranno seriamente e faranno presumibilmente bene, come sempre. L’Italia potrebbe essere un finalista o lasciare il Brasile in disgrazia. Siate certi gli azzurri vi sorprenderanno o deluderanno tutti. Loro discuteranno – con la stampa, coi tifosi e l’un l’altro – fino alla partita inaugurale contro l’Inghilterra il 14 giugno a Manaus. Prevedibile è noioso; imprevisto è incredibile. La signora non vorrebbe farlo in nessun altro modo.

 

Beppe Severgnini è un colonnista del Corriere della Sera e autore di “La Bella Figura: A Field Guide to the Italian Mind“.

 

 

Articoli precedenti:
#1 – Brasile
#2 – Inghilterra

Come giochiamo a calcio – Inghilterra

Un paio di giorni fa ho dato il via a una serie di pubblicazioni riguardo un articolo trovato sul New York Times, con sei diversi scrittori che spiegavano, in occasione dei Mondiali di Brasile 2014, da dove nasce il gioco della squadra della loro nazionale.
Abbiamo cominciato con il Brasile, ora si vola verso la patria del calcio: l’Inghilterra.

 

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Bobby Charlton segna contro il Portogallo durante la semifinale di Coppa del Mondo 1966. L’Inghilterra vinse l’incontro 2-1.(Central Press/Hulton Archive/Getty Images)

 

Un Impero del Calcio, profondamente confuso

di David Winner
tradotto da Stefano Acquafredda

 

Lo stile di gioco della nazionale di calcio inglese ricorda la la barzelletta inglese in cui passato (Past), presente (Present) e futuro (Future) entrano in un pub insieme: sono nervosi (tense; n.d.b.: humor inglese…).

E’ anche profondamente confuso. Come un ex capitano dell’Inghilterra mi ha messo recentemente a corrente: “Siamo sparpagliati ovunque. Qual è la filosofia di calcio inglese di questi tempi? Non abbiamo alcuna idea di quale dovrebbe essere il nostro sistema“.

Altre nazioni hanno sviluppato identità coerenti del calcio moderno. Ma la madre patria del gioco è incagliata tra allora e adesso. Cosa c’è avanti?

In questa Coppa del Mondo, l’allenatore dell’Inghilterra Roy Hodgson ha potuto seguire la maggior parte dei suoi predecessori e schierare il tradizionale e fallito approccio da bulldog, tutto sangue e fulmini, in uno scricchiolante e vecchio 4-4-2. In alternativa, potrebbe tentare di sfruttare il talento di una nuova generazione di giovani giocatori che sono cresciuti nell’innovativa ed esterofila Premier League.

Ferocemente competitivo e guidato dai soldi, il club di calcio inglese è cambiato in modo tale che la nazionale, ancora sotterrata dalla sua storia, non è ancora riuscita ad entrare in sintonia. Giovani brillanti, veloci e tecnici come Daniel Sturridge del Liverpool o Alex Oxlade-Chamberlain e Jack Wilshere dell’Arsenal sono attualmente ben allenati a giocare il calcio moderno al pari dei loro coetanei in Spagna o in Germania.

Ma avranno occasione di esprimersi così anche per l’Inghilterra?

Riflettendo l’incertezza di un paese in cui il partito anti-Europa UK Independence Party ha vinto recentemente le elezioni al Parlamento europeo, nessuno ne ha la più pallida idea. Per capire perché, dobbiamo guardare alla storia.

Il calcio è stato a lungo un bastione di una concezione peculiare del 19° secolo dell’essere inglesi che la nazione sembra riluttante a rinunciare. Il gioco è nato durante l’epoca dell’impero quando le scuole pubbliche d’elite del paese adattarono forme precedenti di un calcio popolare violento a scopi educativi.

Tipici giochi popolari rurali coinvolgevano centinaia di ubriachi dai villaggi rivali scatenati per le strade e i campi, cercando di guidare, per esempio, un barilotto di birra (l’antenato della palla) nella cripta di una chiesa (l’antenato del goal). Le scuole distillavano così rituali alimentati a testosterone in nuovi formati che coinvolgevano squadre meno numerose, ragazzi sobri e palle di cuoio fradicie. Codificato dalla Football Association e successivamente diffuso nel mondo, questo stile di calcio non è mai stato il cosiddetto bel gioco; lo scopo originario degli educatori era quello di infondere virtù virili e marziali nei futuri soldati e amministratori imperiali.

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L’impero britannico è scomparso molto tempo fa, ma la sua eredità indugia, non da ultimo nelle radici dell’erba del calcio inglese dove lo spirito di squadra, il coraggio e la volontà di sopportare il dolore ancora contano più di abilità, intelligenza o creatività. L’archetipo dell’eroe inglese rimane il temerario personaggio dei cartoni animati Roy Race, meglio conosciuto come Roy of the Rovers: un attaccante che assomigliava a un guerriero, che era specializzato in “colpi di testa a proiettile” e tiri a “palla di cannone”.

Anche ora, la TV inglese e commentatori radiofonici parlano della stagione come una “campagna” e di attaccanti che “guidano la carica” come se il calcio fosse un gioco di guerra di epoca vittoriana.

Nel frattempo, nel resto del mondo, il calcio è cambiato profondamente, e abilità, intelligenza e creatività vengono riconosciute come prerequisiti per il successo. Dagli anni ’50 in poi, gli incontri con geni di calcio provenienti da altre terre hanno lasciato apparire quelli che furono i maestri inglesi del gioco come tori in carica disorientati dai movimenti di un mantello.

Proprio come l’adattamento alla loro diminuito status post-imperiale negli affari internazionali è stato una lotta, così gli inglesi stanno prendendo molto tempo per abbandonare la fantasia che, avendo loro inventato il gioco, dovrebbero ancora aspettarsi di vincere la Coppa del Mondo.

La verità – come tutti hanno notato altrove e molto tempo fa – è che la nazione è andata una volta sola oltre i quarti di finale di un grande torneo giocato all’estero (ha raggiunto le semifinali in Italia nel 1990).

La confusione, la delusione e la stucchevole nostalgia del calcio inglese sono diventate noiose. Il tempo per la nazionale di adottare un po’ di pudore e modernità – e di andare ad abbracciare il cambiamento – è atteso da tempo.

 

David Winner è l’autore di “Those Feet: A Sensual History of English Soccer” e “Brilliant Orange: The Neurotic Genius of Dutch Soccer“.

 

 

Articoli precedenti:
#1 – Brasile

Come giochiamo a calcio – Brasile

Mi sono imbattuto, cazzeggiando su internet come mio solito, in un articolo del New York Times dove viene chiesto a sei rappresentanti di altrettanti paesi di descrivere, prima del Mondiale in Brasile, come giocano le loro Nazionali.
Ne sono usciti sei pezzi nel quale il gioco delle squadre viene spiegato attraverso la storia, la politica, la musica e tutto ciò che compone quel paese. A dimostrazione della veridicità dell’assioma di Josè Mourinho: “Chi sa solo di calcio, non sa niente di calcio“.
Per portare a conoscenza di chi non mastica bene l’inglese questi testi, ho deciso di riproporli tradotti in italiano per farli leggere a più gente possibile.
Seguendo lo stesso ordine presentato dall’articolo, cominciamo dal Brasile.

 

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Pelé in campo nella Coppa del Mondo 1966 in Inghilterra. (Art Rickerby/Time & Life Pictures/Getty Images)

 

Il Bel Gioco vive qui

di José Miguel Wisnik
tradotto da: Stefano Acquafredda

 

In Brasile, il calcio all’inizio era giocato tra i club d’èlite a porte chiuse. I neri erano esclusi. Al di fuori dei confini dei campionati formali, tuttavia, lo sport fu subito accolto come un gioco da giocare in campi abbandonati, prati e spazi urbani. I palloni erano improvvisati, i campi erano improvvisati, e il gioco era terreno fertile per lo spirito di improvvisazione.

Nessun’altra attività importata dall’Europa ha messo radici così largamente e così in fretta. Questo ha portato a uno stile di gioco fantasioso che ha reso la competizione e la giocata gratificante inseparabili, con i neri e le persone di razza mista che sorgono dagli esclusi e diventano i principali protagonisti.

Questo stile di gioco ha conquistato i campionati e i club ufficiali negli anni ’30 e ha guadagnato riconoscimento internazionale per la prima volta durante la Coppa del Mondo del 1938. Al tempo, il sociologo Gilberto Freyre credeva che il calcio confermasse la sua tesi, analizzata in due classici tomi sulla cultura brasiliana, “I Padroni e gli Schiavi” e “I Palazzi e le Baracche“.

Lo stile di calcio brasiliano trasformò il gioco “britannico e apollineo” in una “danza dionisiaca”; il calcio dritto e spigoloso europeo divenne sinuoso e curvo quando prese i movimenti corporei dei ballerini di samba e i ballerini e combattenti della capoeira, arte marziale brasiliana. Freyre vide in questo l’affermazione di una cultura tropicale e meticcia che avrebbe permesso di invertire i segni di un’eredità di schiavitù.

Che queste idee fossero consapevoli o meno, lo stile prevalse durante i trionfi nella Coppa del Mondo nel 1958, 1962 e 1970, quando il calcio brasiliano divenne celebre. Ha riunito l’efficienza competitiva con l’inventiva e bellissimi movimenti. Pelé e Garrincha si distinsero durante la fase d’oro della più alta forma moderna del calcio.

Per il regista italiano Pier Paolo Pasolini, lo stile brasiliano era “calcio poetico” basato sui dribbling e su un’apertura non lineare di spazi imprevisti, opposto al “calcio in prosa” linearmente responsabile prevalente in Europa.

Lo storico Eric Hobsbawm notò che, a quel punto, la cultura di massa globale stava diventando nord americana o provinciale, con l’eccezione della nazionale brasiliana. Ed è giusto aggiungere che la stessa cosa si potrebbe dire della bossa nova, Tom Jobim e João Gilberto (così come dei Beatles, ovviamente).

Diciamo che almeno nelle sue fondamenta, il calcio brasiliano non ha obbedito pragmatismo anglosassone, né ad alcuna forma di cartesianesimo. Invece, ha approfittato di un margine di improduttività relativamente gratuita consentito nel calcio, il meno numerica di tutti i giochi con la palla, per aprire la strada per una cultura di periferia – una cultura che è ellittica e festosa e in cui “carnaval” è un verbo.

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Questo fenomeno, questo ampio riconoscimento, è anche sempre stato visto come un fattore di alienazione politica, perpetuando arretratezza, e l’incapacità di affrontare i problemi reali di una società diseguale. Il calcio è visto in modo ambivalente in Brasile, sia come modello di possibili realizzazioni, dal momento che la nazione ha avuto successo con il proprio stile di gioco vincente, e come emblema di tutto ciò che il paese non riesce a realizzare in materia di istruzione, sanità, distribuzione della ricchezza e trasparenza politica.

Potremmo dire che il calcio raggiunge nel campo di gioco una democrazia razziale che la società brasiliana non raggiunge. Mette in mostra la proliferazione dei talenti, così come l’incapacità, l’irresponsabilità e la ristrettezza degli interessi privati ​​che li gestiscono.

Negli ultimi decenni il mondo di calcio è diventato più atletico, più su richiesta, più pianificato, collettivo e commerciale. Il vecchio “calcio poetico” ha perso molto del suo margine di manovra, anche se non ha cessato di esistere, né, cosa più importante, ha cessato di essere un oggetto del desiderio in Brasile.

 

José Miguel Wisnik è un musicista, compositore e saggista brasiliano che scrive spesso di calcio. E’ l’autore di “Poison Remedy“, un libro sul calcio nella società brasiliana.

DIO E’ MORTO!

E’ un pò forte citare “La gaia scienza” di Friedrich Nietzsche, lo so, ma l’aforisma contenuto nella sua opera del 1882 riassume a dovere l’impatto che ha avuto sul mondo del calcio l’eliminazione nella fase a gironi della Spagna in questo Mondiale in Brasile.
Perchè quando la Nazionale che da 6 anni stravince e si fa portatrice del sistema di gioco ritenuto più efficace al mondo subisce sette reti e realizza l’unica su rigore nelle prime due gare, c’è da fermarsi e ragionare.

 

Il tiki-taka, il sistema di gioco basato su una fitta rete di passaggi e rapidità offensiva, ha trovato ben più che pane per i suoi denti: è collassato in preda ad un infarto, opponendo ben poca resistenza.Data la vittima illustre, è meglio fare le cose con calma.
Infiliamoci i guanti, impugniamo il bisturi e facciamo molta attenzione: il caso è piuttosto spinoso e non vogliamo finire in croce.
Finite le risatine di circostanza, possiamo cominciare.

 

Spain v Holland

 

Partiamo da qualche dato anagrafico sui giocatori cardine di questo sistema: Xavi classe ’80 (34 anni), Iniesta classe ’80 (34 anni), Xabi Alonso classe ’81 (32 anni), Torres classe ’84 (30 anni). In un gioco dove la corsa e l’agilità sono i punti fondamentali, se gli uomini chiave sono avanzati con l’età non è di certo un vantaggio. Sono tra i giocatori giustamente più osannati al mondo e la loro classe non si discute, ma è inevitabile che dopo qualche anno il sistema, se non rinnovato a dovere, vada incontro a qualche ruggine.
La punta del Chelsea è stata relegata in panchina per fare posto a Diego Costa (rendimento molto discutibile), ma quando è subentrato in campo il suo contributo non è stato decisivo.La diga in mezzo al campo assegnata al mediano del Real Madrid ha fatto un pò acqua da tutte le parti, i palloni circolati dalle sue parti non sono andati esattamente a buona fine.La coppia di centrocampisti del Barcellona non ha reso tanto bene quanto con la maglia blaugrana, anche se la stagione calante appena trascorsa non poteva non avere ripercussioni su questa competizione mondiale.

 

Rimanendo su Xavi e Iniesta, allarghiamo il discorso al blocco Barcellona.
Si sa, il tiki-taka viene da loro e sono anni che fanno tremare il mondo con il loro sistema di gioco. Il problema, dal mio punto di vista, sta nel ricambio generazionale: nonostante la cantera dei blaugrana sia rinomata e i suoi prodotti stanno invadendo mezza Europa, non è mai riuscita a fornire alla prima squadra giocatori che riescano a sostituire i protagonisti principali. Tant’è che per sostituire gli eventuali “pezzi”, vanno a spendere svariati milioni di euro all’estero. Essendone loro i fautori, è molto difficile adattare giocatori provenienti da altri ambienti allo stesso sistema di gioco e aspettarsi che si comportino allo stesso modo.
I due sopra citati, insieme a Fabregas, Pique, Jordi Alba, Busquets e Pedro sono una misera parte di un’intera spedizione che faceva affidamento sulla loro esperienza di gioco. E il non avere ricambi adatti ha influito in qualche modo alla mal riuscita della spedizione brasiliana.

 

Formazione Spagna 2014

 

Focalizziamoci ora sui due incontri che hanno segnato il destino degli spagnoli: le partite contro Olanda e Cile.
Avversari temibilissimi sin dal momento del sorteggio, ma era impensabile che avrebbero potuto mettere in ginocchio gli uomini di Vicente del Bosque. Un’utile chiave di lettura potrebbe essere questa: la Spagna ha sottovalutato i suoi avversari. Forti dei favori dei pronostici, sono entrati in campo senza lo spirito giusto, quel senso di superiorità giustificata che mostravano in campo ogni volta che iniziavano la loro serie impressionante di passaggi per poi mettere in un battito di ciglia uno dei loro davanti alla porta.
Si sono apprezzati anche in queste due partite dei momenti di tiki-taka allo stato puro (da rivedere l’azione che ha portato al rigore nella sfida con l’Olanda), ma davano l’impressione che gli avversari dovessero semplicemente inchinarsi davanti al loro gioco e non soccombere sotto il loro gioco geometrico e fulmineo.
Una presunzione imperdonabile.

 

Volendo sforare nello scaramantico, c’è una curiosità da riportare: le Nazionali che nel XXI secolo hanno vinto la Coppa del Mondo, nell’edizione successiva ha fatto una pessima figura. Vedendo il Brasile a Germania 2006 e soprattutto l’Italia a Sudafrica 2010, può sorgere più di un sospetto.
Se vogliamo, anche la vittoria arrivata da poche ore contro l’Australia per 3-0 potrebbe essere un segno della maledizione che, ormai compiutasi, ha deciso di lasciar stare la Spagna e tormentare la prossima vittima. Ma, chi ha visto la partita, può affermare che gli spagnoli non si sono comportati tanto meglio di come hanno fatto nelle due precedenti partite: semplicemente gli australiani non sono allo stesso livello e non hanno giocato con la stessa intensità di Olanda e Cile.

 

Spagna Mondiale Sudafrica 2010

 

Mettiamo da parte per un pò l’anagrafica, i blocchi, la presunzione e le maledizioni. Ciò che è essenzialmente mancata alla Spagna è una cosa sola: l’evoluzione. In molti ambiti possiamo affermare che sopravvive colui che sa adattarsi meglio ai cambiamenti. Con le dovute misure, possiamo trasportare questo concetto di Charles Darwin dalla natura al calcio.
La formazione iberica non è riuscita, per lo meno con successo, ad evolvere il suo sistema di gioco in uno più funzionale e attento alle reazioni di chi si trovava di fronte. Il tiki-taka spagnolo non ha ricevuto la giusta “spinta evolutiva” ed ha dovuto necessariamente soccombere di fronte a due squadre che hanno trovato le contromisure adatte per interrompere il loro gioco: pressing altissimo, anticipi precisi e ripartenze veloci sulle fasce.
Chi invece ha saputo prima imitare e poi evolvere questo sistema è la Germania. O meglio, come caso omologo alla Spagna, prima il Bayern Monaco (Pep Guardiola dice niente?) e successivamente la nazionale tedesca. A mio modo di vedere il punto focale di questa evoluzione tattica ha il volto di Thomas Muller: non solo è in grado di far girare la palla ad alta velocità e di trovare gli spazi, ma all’occasione sa trasformarsi in una perfetta prima punta pronta a trafiggere qualsiasi portiere. Questo innesto nei tre arcieri offensivi ha permesso di aumentare notevolmente le possibili occasioni da rete e soprattutto le possibilità di segnare.
Gli spagnoli in un certo verso hanno Villa che potrebbe coprire questo ruolo, ma ha un gioco meno dinamico è più basato sulla posizione. In questo metodo resterebbe troppo isolato in avanti col proseguire della partita e potrebbe essere d’ostacolo alla fase difensiva, non abbassandosi abbastanza.
Per adesso, possiamo affermare che i tedeschi sono i vincitori di questo (passatemi il termine) darwinismo calcistico. Da qui a vedere se vinceranno anche questo Mondiale mancano ancora tre settimane.

 

E poi, tanto per chiudere il cerchio, Nietzsche era tedesco.